Recensione Mortimer & Wanda al Teatro Delfino di Milano

Visto: 15 gennaio 2017 - Teatro: Teatro Delfino (MI).

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[Recensione a cura di Mariachiara Ribaudo]

Bella musica, ritmo e curiosità. Questo è ciò che rimane dentro lo spettatore, dopo aver fruito di questa commedia, scritta da Marina Thovez, al tempo stesso attrice co-protagonista e regista. Sono solo due i personaggi a tenere le redini del plot: Mortimer (interpretato con maestria da Mario Zucca) e Wanda (interpretata dalla già citata Marina Thovez). [QUI la notizia]

mortimer e wanda

La storia è gradevole nel suo insieme, pur non presentando colpi di scena. La vicenda vede l’interazione fra un musicista riconosciuto e una psicologa alle prime armi. Lui ha deciso di ritirarsi in un luogo sperduto, a causa di un segreto che non vorrebbe svelare: sta infatti perdendo l’udito e porta un apparecchio acustico senza l’ausilio del quale non riuscirebbe a sentire nulla. Lei è al suo primo caso e, nonostante cerchi di risultare professionale e disinvolta, si mostra di contro impacciata e goffa. Questo avviene perché non è ancora capace di gestire situazioni di tensione e di stress, tanto che nei momenti più complicati diventa afona.

La commedia cela al suo interno un dramma molto attuale, ovvero il provare vergogna per i propri handicap. Non c’è genio o ricchezza che possano colmare la privazione di una delle funzioni che diamo per scontate nella nostra quotidianità. Nel caso di Mortimer, infatti, la perdita graduale dell’udito è un ostacolo fondamentale nel suo lavoro, ma quel che è peggio è che egli non vuole riconoscerlo pubblicamente. Wanda va lì per cercare di aiutarlo ad aprirsi, per far sì che lui possa uscire dalla sua condizione di isolamento e dall’etichetta di pazzo, ormai attribuitagli.

Nell’arco della storia si alternano momenti di profondità a momenti di comicità, a volte scontata, ma ciò che va riconosciuto ai due interpreti è che non ci si addormenta mai. Il ritmo è la parola d’ordine in questo spettacolo; il botta e risposta fra i due dà luogo ad una perfetta partita di ping pong, nella quale la pallina non cade mai a terra. Di questo dialogo scandito fa spesso parte anche Beethoven, personificato attraverso un busto che Mortimer tiene in casa e la cui voce sente solo lui, dentro la sua testa. Nel fluire delle battute, in campo e fuori campo, non si perde mai di vista la comprensibilità della parola, elemento fondamentale quando si va a teatro e, purtroppo, per nulla scontato. Un plauso agli interpreti per aver reso semplice, chiaro e limpido il testo, sebbene farcito di locuzioni ricercate.

mortimer e wanda

Mi piacerebbe paragonare la figura di Mortimer a quella del Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg, compositore austriaco che scrisse musica andando oltre le regole del sistema tonale, con l’applicazione del metodo dodecafonico. D’altra parte il compositore viene citato per un momento, durante la storia.

Pierrot è un eroe triste che esprime sé stesso attraverso un’immagine storpiata, che va dall’allucinato al reale, dal grottesco al terreno. E, come lui, Mortimer vive un’angoscia che non vuole ammettere; egli nasconde la sua paura con un cinismo e un narcisismo che celano il suo tormento interiore e, per chi ha la profondità di leggere fra le righe, un grido di aiuto. In questo altalenarsi di emozioni, Mario Zucca ha sapientemente dato il suo contributo. In particolare si nota come la profondità dei suoi sguardi, vivi e pieni di intenzioni, contribuiscano a rendere energico un personaggio la cui interpretazione appare senza dubbio impegnativa. Meno intensa l’interpretazione di Marina Thovez, a volte un po’ troppo sopra le righe, cosa probabilmente voluta, ma che spesso la fa risultare poco naturale. A lei va comunque il merito di aver scritto una storia originale, che, nella sua semplicità, tocca comunque l’argomento importante di come affrontare i cambiamenti nella vita. Altrettanto semplice ma interessante la scenografia di Nicola Rubertelli, che ha creato un ambiente fisso con degli scomparti “a sorpresa” che, una volta aperti, danno luogo a stipetti, armadi dentro il pavimento o addirittura tavoli e sgabelli.

Volendo concludere, fa piacere godere anche di spettacoli nuovi, che si estendono oltre i confini dei classici che ormai tutti conosciamo. Sia questo un invito all’apertura di nuovi orizzonti che possano stimolare il pubblico alla conoscenza di “altro”.

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Laureata con lode in Scienze e Tecnologie dello Spettacolo, in seno all’università di Lettere e Filosofia di Palermo, consegue il titolo di Critico dello Spettacolo, grazie al quale si diletta offrendo la sua opinione critico/tecnica, ove richiesto. Ha compiuto studi di danza e pianoforte da bambina, trasferendosi, dopo la Laurea, a Roma dove ha studiato presso la Maldoror Film, Scuola internazionale di Cinema; si è diplomata al Quartier Generale, Scuola di Musical della Compagnia delle Stelle di Roma, percorso dopo il quale si trasferisce a Milano, diplomandosi anche alla SDM, Scuola del Musical fondata da Saverio Marconi e diretta da Federico Bellone. Grazie allo studio di tutte le discipline che servono per rendere questo mestiere completo, diventa quindi Performer. Ha frequentato anche due corsi di doppiaggio, presso lo studio Dream & Dream di Milano. Ha preso parte a diversi spettacoli di Prosa e Musical e vive per l’arte che è da sempre la sua fonte di gioia e di ispirazione quotidiana. Showreel di Mariachiara Ribaudo.

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