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Recensione Romeo e Giulietta con intervista al regista gipeto

Visto: 29 gennaio 2017 - Teatro: Teatro Caboto (MI).

[Recensione a cura di Luana Savastano]

Una storia che “si rivive teatralmente”, per dirla con le parole del suo regista. Credo sia questo il modo migliore per presentare la versione di Romeo e Giulietta firmata gipeto, e andata in scena al Teatro Caboto di Milano dal 12 al 29 gennaio.

romeo e giulietta - recensione gipeto - caboto milano

Una versione che vuole essere molto “fisica”, con tutte le attenzioni del termine. Ma è proprio questa fisicità, a mio parere, a trapelare dal palco verso la platea. Una fisicità in cui forza fisica, forza emotiva, forza vocale, forza interpretativa convergono per portare in scena una storia che è vero, conosciamo tutti, ma che qui va oltre la componente filologica. E ancora una volta faccio appello alle parole del regista per elogiare il lavoro fatto da ogni singolo attore, non più “solo” performer che interpreta un personaggio, ma elemento che fa parte di un insieme di “…punti di vista in movimento, capaci di convergere compassionevolmente in uno spazio vuoto”.
Non c’è pausa, quella convenzionale che spesso e volentieri interrompe l’azione proprio sul più bello, ma neanche quella scenica, perché il ritmo rimane sempre molto serrato e i fatti scorrono senza che neanche il cast stesso possa fermarli. È un continuo entrare e uscire dalla scena. Gli attori si impossessano totalmente dello spazio in ogni suo angolo. Ed ecco che il pubblico in sala non sa mai che cosa l’attende o da dove possa comparire e svilupparsi un’azione. D’altronde, è proprio in questi momenti che si riconosce la cifra registica di gipeto.
In questa speciale recensione non posso, quindi, che chiedere al regista di spiegare che tipo di lavoro è stato svolto (sul testo e sugli attori) per ottenere un risultato così “forte”.

E’ come se ci fossero tre componenti fondamentali: il testo, le persone e la necessità di dire qualche cosa. Ognuna delle tre deve avere un elemento poetico al suo interno e la poeticità di queste tre cose è data dalla possibilità che il messaggio parli a un intimo inconscio di ciascuno spettatore.

Per “testo poetico” intendo un testo che racconti una storia nella quale ogni spettatore possa riconoscersi, con le sue vicissitudini dell’inconscio. E questo l’ho imparato dalla tragedia greca.
Poi, le persone/attori devono essere tecnicamente in grado di suscitare emozioni con il proprio corpo e con la parola, avvertendo l’urgenza e la responsabilità di aderire all’idea registica della storia che si va a raccontare. Devono sentire che raccontare questa storia può migliorare la vita di chi ascolta. E questo l’ho imparato dalla tragedia greca.
Il terzo elemento è la mia necessità registica di raccontare una storia che sia semplicemente utile a rivitalizzare una qualunque curiosità esistenziale in chi ascolta. E questo l’ho imparato dalla tragedia greca.

Ho quindi cercato un modo attuale e concreto di RE-CITARE un testo che catarticamente accarezzasse l’inconscio dello spettatore, di qualunque età. Del testo ho scelto le parti che secondo me riescono a svolgere questa funzione catartica. Per quanto riguarda gli attori il mio lavoro è fare in modo che si sentano incessantemente stimolati a incuriosirsi al testo, all’autore, a ogni elemento culturale e sensoriale nel quale giornalmente si imbattono. Che si sentano – anche loro come il pubblico – accresciuti da questa esperienza, non solo come attori ma anche come persone. Quindi, non tanto attori che nell’esibirsi intrattengono, quanto operatori culturali che nell’agire stimolano.

Un lavoro che premia la riuscita degli intenti, dicevamo. E che premia anche la volontà di mostrare come sia ancora possibile, oggi, portare in scena un’opera senza dover ricorrere a particolari stratagemmi pensati apposta per attirare l’attenzione del pubblico, a partire dai nomi in cartellone e continuando con l’uso di strabilianti effetti speciali. Cosa vuoi dire con questo spettacolo? Qual è il tuo punto di vista sul “fare teatro” oggi?

Per me fare teatro oggi significa riuscire a raccontare una storia poeticamente comprensibile, senza annoiare, stimolando fisicamente e intellettualmente gli spettatori e anche la compagnia teatrale, non dando loro la sensazione di averli truffati. Con questo spettacolo e con questo modo di lavorare vorrei dire che ciò è possibile.

Un’idea di teatro / di messa in scena dove l’attore è protagonista in tutto e per tutto ma che non dimentica la componente musicale e il disegno luci. Molto semplice, quest’ultimo, ma progettato per esaltare ancora di più la fisicità e l’espressività gestuale e facciale degli attori in scena. Come del resto l’elemento musicale, che sembra voler accompagnare i personaggi al loro destino, facendosi “fedele amico” di battaglie, festeggiamenti, momenti di sconforto e tensione.

L’apporto delle musiche e delle luci, più che nell’accompagnare o illuminare, dovrebbe farsi tutt’uno con la parola e con gli attori nel racconto emotivo della storia. Quindi, un suono o una luce nel mio lavoro devono raccontare sempre l’atmosfera di uno stato d’animo, conscio o inconscio. E questo credo si possa ottenere anche con sonorità basiche, elementi scenografici essenziali e un disegno luci rigoroso.

Non mi resta che ringraziare l’intero cast (Stefano Aiolfi, Vito Boccuzzi, Elisa Borsoi, Antonio Catalano, Paolo Ciferri, Cecilia Colombo, Mario Finulli, Alessio Falcone, Gianluca Frigerio, gipeto, Lisa Graps, Chiara Graziano, Alessandra Gregori, Maria Concetta La Targia, Salvatore Maio, Francesco Marino, Chiara Sardo, Alfredo Simeone, Lucia Tortorella, Giovanni Zummo) perché in poco meno di due ore ci ha fatto ridere, commuovere (la scena della morte di Mercuzio e il finale sono da brividi), divertirci (congratulazioni all’applauditissima balia di Giulietta), ballare (sì, in alcuni momenti veniva voglia di seguire il cast che danzava sul palco). Insomma, uno spettacolo vivace e vivo, forte e pieno di passione (quella amorosa tra i protagonisti ma anche quella per il palco). Uno spettacolo che ha onorato il testo originale shakespeariano, rispettando gli intenti dell’autore e offrendoci, al contempo, qualcosa di nuovo e originale. Uno stampo moderno che mi auguro di poter vedere ancora per vivere, di nuovo, la forza del teatro.

Ringrazio doppiamente gipeto per la sua disponibilità e per aver reso la mia recensione ancora più ricca con il suo intervento. 

Alcune immagini di scena di Romeo e Giulietta al Caboto di Milano, gentilmente inviatemi da gipeto

Recensione Romeo e Giulietta con intervista al regista gipeto – Caboto di Milano
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Luana Savastano

Founder, Editor and Critical a Vista Sul Palco
Fondatrice del blog "Vista Sul Palco". Laureata con Lode in Musicologia e specializzata in teatro musicale contemporaneo all'Università degli Studi di Pavia (titolo della tesi: Jesus Christ Superstar: genesi, critiche e analisi dell'Opera Rock), ha conseguito un master in Marketing per lo Spettacolo presso l'Università Cattolica di Brescia. È redattrice per testate di cultura e spettacolo e ha collaborato con alcune realtà teatrali cittadine per la comunicazione e la promozione di eventi: tra queste Teatro PalaBrescia (ora PalaBanco di Brescia), Residenza Idra (Spazio TeatroIdra). Si occupa di Comunicazione e Marketing svolgendo attività di Ufficio Stampa, Digital PR, Web Editor, Social Networking, Community Manager per aziende clienti di vari settori (Food, Fashon, Tourism and Hospitality, Health and Beauty). Ha insegnato musica in strutture per l'infanzia ed è insegnante in scuole secondarie di primo grado. Il teatro è la sua linfa vitale! ★ Sito web personale (attività e servizi offerti): www.luanasavastano.com

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